Vi racconto la mia fantasia reale

Il mestiere del truccatore professionista spesso appare poco chiaro a chi non è del settore. Nonostante i possibili fraintendimenti rimane tuttavia un ruolo in grado di suscitare grande curiosità: di cosa si occupa esattamente un make up artist sul set cinematografico? Come interagiscono tra loro i diversi reparti artistici? Quanto è importante una buona progettazione e un buon team di lavoro? La nostra rubrica PRO nasce proprio dall’esigenza di rispondere a queste e a molte altre domande, mostrandovi l’intero quadro di lavoro dal punto di vista di chi ogni giorno lo vive in prima persona.

Per questo motivo abbiamo deciso di dedicare un intero spazio del nostro giornale alle interviste dei professionisti così da regalarvi in ogni numero le sensazioni e le emozioni di chi lavora nei backstage dei film, serie tv ed eventi del momento! Pronti ad andare dietro le quinte? Inauguriamo la nostra rubrica con l’intervista ad uno dei truccatori protagonisti della nuova straordinaria opera cinematografica di Gabriele Mainetti: FREAKS OUT!  Abbiamo infatti avuto la grande opportunità di incontrare Diego Prestopino, giovanissimo truccatore dall’esperienza già ben consolidata e coronata da molti riconoscimenti, come la Chioma di Berenice nel 2015 per “Il Racconto dei Racconti”, che ci ha accolto con grande gentilezza aprendoci le porte del suo laboratorio.

Diego ha 35 anni, uno sguardo che racconta moltissimo dell’amore per il suo mestiere e un’ironia acuta che integra perfettamente la sua professionalità, ascoltarlo è stato per noi prezioso e siamo convinti che il mondo che ci ha descritto incanterà anche voi!

Ciao Diego, qual è stato il tuo primo approccio al mondo del cinema?

Il mio approccio al cinema in realtà è stato un po’ strano, ho fatto il Cine TV per un anno ma non trovavo nulla che mi stimolasse, erano tutte materie tecniche come suono, audio, video per cui ho deciso di smettere; mio padre invece faceva questo mestiere e mi ha proposto di imparare. Avevo16 anni quando ho fatto il primo film. Poi dai 16 ai 18 ho fatto laboratorio e a partire dai 18 ho cominciato pian piano con tutti i lavori e le varie esperienze.

Di cosa ti sei occupato nello specifico all’interno della pellicola? 

All’interno della pellicola ho lavorato a tutto ciò che riguardasse il trucco, c’era poi anche un reparto prostetici guidato da Emanuele e Davide De Luca. Io diciamo mi sono occupato di quello che era il trucco “normale”, però la nostra parte comprendeva anche il trucco di Claudio Santamaria e Pietro Castellitto che era piuttosto complesso. Quindi ci siamo divisi un pochino il lavoro ecco.

Quindi il tuo lavoro riguardava la costruzione e la caratterizzazione dei personaggi?

Esattamente. Il nostro lavoro è proprio questo, caratterizzare i vari personaggi, creare uno stile, un look, in base poi ovviamente anche al film, alla storia, ai costumi e ai capelli. 

Claudio Santamaria è l’uomo lupo giusto?

Si, Claudio è l’uomo ipertricotico, ed è stato un bel lavoro arrivare al risultato finale: Gabriele ovviamente ci aveva fornito delle references e piano piano lo abbiamo costruito. Un lavoro complesso devo dire, non difficilissimo, ma sicuramente complesso, lungo.

Quali sono state le fasi di progettazione?

In realtà la prima volta abbiamo preso una comparsa, abbiamo fatto qui da me con Gabriele e con la produzione, per cominciare ad avere un’idea di come muoverci. Avevamo visto altri progetti ma a Gabriele non piacevano, lui non voleva che assomigliasse al personaggio di guerre stellari Chewbecca, per cui dovevamo dargli una conformità e una fisionomia, farlo riconoscere insomma.

Alla fine abbiamo preso come riferimento un vero ipertricotico, credo vissuto alla fine dell’800, se non sbaglio un militare cileno sudamericano, e da lì abbiamo ricostruito tutto quanto, i vari elementi sul viso e sulle mani e poi abbiamo pensato anche alla tuta per le scene di nudo diciamo, dove non era vestito. Davvero un bel lavoro, addosso Claudio aveva 16 kg di capelli, solo per la tuta. Il resto invece erano tutti quanti capelli, vari pezzi, praticamente era un composit sul viso più una parte dietro della testa e alle mani. Tutti capelli naturali e tutto messo in piega.

Quindi una lavorazione lunga sia prima che dopo

Si, noi lo chiamavamo “il kit”, è stato preso prima un calco al viso di Claudio e poi su quel calco abbiamo costruito come una parrucca, solamente che invece di farla per la testa l’abbiamo fatta per gli zigomi, per il naso, per le mandibole. “Mini parrucche” diciamo che andavano poi applicate facendo dei raccordi.

Devo dire che piano piano…

Un lavoro di alta sartoria dunque

Si certo, infatti ci siamo appoggiati ad un laboratorio importante come quello di  Paglialunga; è stata cucita una tuta di maglina realizzata da delle sarte e poi su questa sono stati cuciti tutti quanti i capelli. Ovviamente per il corpo abbiamo utilizzato per la maggior parte gli “hack” che è un altro tipo di pelo e poi alcune parti di capello vero, altrimenti avrebbe avuto un costo enorme. Questo anche è stato un lavoro molto complesso perché appena indossato sembrava un blocco unico quindi poi abbiamo dovuto “scolpirlo”addosso a Claudio tagliare un pochino di peli e dare un minimo di forma. Poi povero Claudio faceva davvero caldo..

Il processo di applicazione più o meno quanto tempo richiedeva?

Diciamo che tra lui e Pietro erano più o meno 3 ore/3 ore mezza a testa, a volte anche 4.Claudio ogni volta era sbarbato e gli venivano applicate queste parti di capelli cucite su tulle che andavano perfettamente ad aderire sulla pelle. Più che altro era tosta per lui riuscire a svolgere alcune attività durante il giorno, anche il solo mangiare, quindi magari qualche volta gli staccavamo il baffo o il naso per tenergli un pochino libera la bocca. 

Invece quella di Pietro Castellitto che tipo di caratterizzazione era?

Pietro interpreta un albino, e devo dire la cosa più complicata è stata trovare la colorazione della pelle. Mi era già capitato di realizzare degli albini per il Racconto dei Racconti; Pietro però a differenza loro ha una calotta con una parrucca sopra, la calotta è stata messa per dargli trasparenza e per vedere, come disse Piero Tosi all’epoca, il rosa porcellino della cute. Quindi sì, Pietro aveva una calotta e poi aveva tutta la colorazione della pelle a cui bisogna stare molto attenti perché basta davvero un attimo per farlo risultare finto.

A proposito… che prodotti sono stati utilizzati?

Su Pietro un semplice fondo molto chiaro, prodotti liquidi tutti applicati con la spugnetta per lasciare una trasparenza sotto. Un’altra cosa complessa è stata la colorazione della calotta, perché essendo un materiale che assorbe diversamente dalla pelle diventa difficile dargli la sua stessa translucenza quindi trovare il giusto compromesso è stato un pochino lungo, abbiamo fatto quattro/cinque settimane di preparazione.

Per quanto riguarda la calotta invece ne abbiamo usata una semplicissima della Kryolan che è un pochino più resistente, sopra comunque sarebbe poi andata la parrucca.

Pietro quindi alla fine è stato un pochino più complicato, Claudio per quanto possa sembrare apparentemente più complesso non è stato difficilissimo perché essendo un composit avevamo a disposizione delle sezioni già pronte da applicare e da raccordare.

Come è stata l’interazione tra i vari reparti?

Allora noi collaboriamo molto con i costumi e con i capelli; la regia, in questo caso Mainetti, ci ha detto cosa voleva e con la collaborazione dei costumi e dei parrucchieri abbiamo tirato fuori quello che Gabriele desiderava per i personaggi di questo film; ovviamente occorre fare varie prove, abbiamo fatto prove anche con vari attori. Pietro lo abbiamo provato addirittura con la barba chiara però non ci piaceva, perciò alla fine abbiamo fatto solo la schiaritura alle sopracciglia e alle ciglia. “Ogni tanto quando facevamo la decolorazioni alle ciglia Pietro scappava…ride”.

Il lavoro del team quindi è stato fondamentale?

Si, assolutamente. Se ognuno fa il proprio film non si va da nessuna parte, in teoria dovremmo tutti quanti lavorare per un progetto comune, che è quello del regista.

Per esempio per l’antagonista diciamo, che è un tedesco di nome Frank, con sei dita di cui la sesta in movimento c’è stata una grande collaborazione con Emanuele e Davide De Luca che hanno fatto un ottimo lavoro.

E invece gli altri protagonisti?

Tra i Freaks ci sono Matilde (Aurora Giovinazzo) e Mario (Giancarlo Martini).

Loro diciamo di trucco avevamo poco e nulla, giusto nel momento in cui facevano i clown oppure per gli spettacoli. Matilde poi dietro ha tutto quanto un lavoro di effetti speciali digitali e visual effects e devo dire che Maurizio Corridori e Franco Ragusa hanno fatto un lavoro pazzesco. 

Infine c’è Israel interpretato da Giorgio Tirabassi e anche il personaggio di Giorgio è stato molto bello, andava messo un bel barbone tutti i giorni e poi è una persona fantastica, tutti gli attori sono stati veramente molto carini e disponibili, mi sono trovato benissimo.

Hai un ricordo divertente legato al set?

In realtà i ricordi che ho sono tutti molto divertenti, nonostante le ore, nonostante il film sia durato il doppio del previsto e fossimo tutti abbastanza stanchi su questo set ci siamo divertiti molto. Poi l’attore la prima persona che vede la mattina sei tu per cui devi cercare di farlo stare bene e creare delle situazioni divertenti…Per esempio siccome gli attori non potevano muoversi Federico (Carretti) si era messo un bicchiere di plastica incollato sulla fronte come posacenere, insomma quelle piccole cose che alleggeriscono il lavoro.

Il concetto di freaks come è stato reso attraverso la costruzione dei personaggi e gli elementi di caratterizzazione inseriti?

In questo caso freaks è inteso un po’ come fenomeni da baraccone ma Gabriele ci teneva a creare dei personaggi che fossero sì dei fenomeni ma che avessero un carattere, una personalità, che raggiungessero degli obiettivi. Abbiamo ricercato un pochino quello che negli anni ‘40 potesse essere questo, abbiamo fatto varie divisioni per esempio tutta la parte dei partigiani è molto particolare: quello che ha la gobba,quello che ha il mitra al posto del braccio,siamo andati anche un pò di fantasia, però quella che io chiamo fantasia reale se così si può dire, di cose che perchè no, potrebbero esistere.

FREAKS OUT è stato definito un film “corale”, che ne pensi?

Sono d’accordo, poi essendo ambientato negli anni ‘40 abbiamo chiaramente dovuto toccare il costume e in questi casi qualsiasi figurazione deve essere perfettamente inserita.

Abbiamo ricostruito tutto il circo tedesco alla Videa… Massimiliano Sturiale ha fatto un lavoro di scenografia straordinario. Noi poi avevamo una media di 80/100 figurazioni al giorno e le figurazioni come dico sempre sono quelle che fanno il film; se le inserisci sbagliate rischi di distrarre anche da ciò che è bello, deve essere tutto quanto bello, è tutto il contorno che compone l’immagine.

Magari si potrebbe pensare che i personaggi vadano sempre mostrati belli però poi rischi di non farli sembrare veri. E tu l’evoluzione non la racconti solo con la scena ma anche con appunto in immagine coerente. Sì parliamo di supereroi però collocati in una realtà in una società:Gabriele ha creato dei supereroi però messi in terra.

Di questo film cosa ti porti?

Credo sia uno dei copioni più belli che abbia mai letto, una delle sceneggiature migliori che abbia trovato e per una volta tanto quello che c’era scritto sul copione è stato realizzato.

Per questo è stato un vero piacere lavorare con Gabriele. In Italia non c’è più chi produce di tasca sua, poi invece trovi personaggi come Mainetti o come Garrone che ti danno la possibilità di fare quello che sai fare.

Cosa ti aspetti adesso?

Come diceva Manlio Rocchetti i film andrebbero fatti due volte… Cosa mi aspetto ? Mi aspetto un bel film non solo per il nostro lavoro ma soprattutto per Gabriele che ha davvero buttato anima e corpo su questo film e spero per lui che vada tutto bene. Ripeto è uno dei più bei copioni che abbia mai letto,magari si facessero molti più film così in Italia. Se ti piace il mio è il lavoro più bello del mondo. Incrociamo le dita.

di Agnese De Martis

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